di Lucia Capuzzi
Per l’Amazzonia sarà una rivoluzione economica e sociale». Il ministro dell’Energia Edison Labão, nel commentare il via libera di ieri dell’Istituto brasiliano per l'ambiente (Ibama) alla faraoinca diga di Belo Monte, ha utilizzato il termine “rivoluzione” come sinonimo di “progresso”.

La zona del fiume Belo Monte dove sarà costruita la maxi-diga
In realtà, nello Stato amazzonico del Parà – dove verrà realizzato il mastodontico invaso – è già in corso da tempo una “rivoluzione” di tutt’altro segno. Di cui, l’ok al progetto di Belo Monte è solo l’ultimo, in ordine cronologico, tassello.
Il piano – lanciato trent’anni fa, ripreso dal governo Lula e ora sostenuto con forza dall’erede Rousseff – è stato più volte rinviato per la netta opposizione di ambientalisti, difensori dei diritti umani e della stessa Organizzazione degli Stati americani.
Il maxi impianto, il terzo più grande al mondo, per la produzione di energia elettrica sarà costruito lungo il fiume Xiangu, affluente del Rio delle Amazzoni. Per far posto alla diga, saranno allagati 516 chilometri quadrati di foresta e tra i 16mila e i 50mila abitanti, indigeni compresi, verranno sfollati.
Il che – secondo gli attivisti – implicherà lo «sconvolgimento delle vite di decine di migliaia di persone e il prosciugamento della parte di fiume che fornisce acqua e cibo a ben cinque villaggi indios».
Una «catastrofe ecologica», ha commentato Greenpeace. In realtà, la diga è una – benché forse la più evidente – delle tante minacce contro la foresta e i suoi popoli.
Il Parà è da tempo l’epicentro “dell’offensiva” condotta da grandi proprietari e colossi industriali della soia per sfruttare le sterminate estensioni verdi. Una strategia «portata avanti col ferro e il fuoco», si legge nel recente documento della Commissione pastorale della terra, organismo della Conferenza episcopale brasiliana.
Il rapporto è allarmante: ogni anno, migliaia di chilometri di foresta vengono distrutti per saziare la fame di terra fertile, di legname pregiato, di risorse del sottosuolo. In appena nove mesi – in base a dati ufficiali del governo – sono “spariti” 1.848 chilometri quadrati di selva.
Non solo. «Deforestazione e morte procedono insieme», scrive la Commissione. Negli ultimi 15 anni, sono stati uccisi 212 ambientalisti – in media uno al mese –, tra cui vari religiosi, come suor Dorothy Stang, “colpevoli” di aver denunciato lo “sterminio” degli alberi. Morti annunciate. Ben 1.855 ecologisti hanno ricevuto minacce di morte, altri 30 hanno subito attacchi, migliaia di contadini sono stati cacciati dalle loro proprietà. Tanto che al Parà è stato conferito il soprannome di “Far West brasiliano”.
Solo durante la scorsa settimana sono stati assassinati quattro leader ambientalisti – José Claudio Ribeiro da Silva, Maria do Espiritu Santo, Adelino Ramos e Eremilto Pereira dos Santos – in altrettanti agguati.
Lo scorso 25 maggio, mentre una raffica di proiettili metteva fine alla vita di Ribeiro da Silva e della moglie Maria – famosi per le denunce contro i tagliatori illegali –, la Camera di Brasilia approvava la riforma del Codice forestale. Il nuovo testo – che dovrà essere ratificato anche dal Senato per diventare operativo – prevede una sorta di “amnistia” per chi si è reso colpevole di deforestazione fino al 2008. Ed elimina alcuni vincoli per lo sfruttamento delle aree protette. Ad essere avvantaggiati sono i latifondisti che hanno esercitato forti pressioni sui deputati per far passare la legge, nonostante la ferma opposizione della “presidenta” Rousseff.
Quest’ultima, temendo critiche internazionali, ha annunciato misure speciali – compresa la mobilitazione dell’esercito – per proteggere ambientalisti e arginare la deforestazione. Le Ong non hanno fatto in tempo a tirare un sospiro di sollievo: appena una settimana dopo, è arrivato il sì al progetto di Belo Monte.
(Pubblicato su Avvenire, 2 giugno 2011)