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Cinema

L’italiano dietro le quinte di “Tropa de Elite”

Riportiamo l'intervista all'italo-brasiliano Bráulio Mantovani, uno degli autori della sceneggiatura di "Tropa de Elite", pubblicata dal sito della Comunità Italiana in Brasile.

Raramente un film nazionale è stato così atteso e ha causato tante polemiche come Tropa de Elite, di José Padilha. La produzione ha preso d’assalto il Brasile ancora prima della sua prima, prevista per questo mese. Prima una copia non autorizzata del film è apparsa in internet, disponibilizzata per il download a chiunque. Risultato: è andata a finire sui banchetti dei venditori ambulanti di Rio e San Paolo. Per completare, lo stesso Batalhão de Operações Especiais (Bope) di Rio ha aperto un processo in cui chiede la sospensione delle proiezioni del film, paventando un’eventuale danno all’immagine della corporazione. Richiesta negata. Alle spalle di questa confusione, un discendente di italiani: il paulista Bráulio Mantovani, 44 anni, uno degli sceneggiatori del film. In intervista a Comunità, tratta con disdegno il commercio pirata del film. Garantisce che la produzione non è diversa dalle altre in cui ha già lavorato e non è d’accordo con chi dice che il film crea uno spirito eroico del poliziotto. Laureato in Lettere presso la Pontifícia Universidade Católica (PUC) di San Paolo e con post laurea in Sceneggiatura Cinematografica conseguita presso l’Universidade de Madrid, Mantovani è stato lo sceneggiatore di un altro successo nazionale: Cidade de Deus, di Fernando Meirelles.

ComunitàItaliana – Tropa de Elite non ha avuto laprima. C’è una grande attesa perché si tratta di un film molto vicino alla realtà brasiliana,tanto per la questionedella violenza poliziesca, quanto dovuto alla commercializzazione pirata del film. Qual è la tua opinionesu tutto questo?
Bráulio Mantovani – Quello che mi dà più fastidio nel caso di Tropa de Elite è che la copia pirata è una versione non completa. Le persone che vedono questo materiale non stanno vedendo il film come dovrebbe essere. L’abbiamo cambiatomolto nel montaggio. Ed è moltomigliore della versione pirata.

CI -
Qual è la tua posizione sull’idea secondo cui il film, da una parte dà un’impronta di eroismo alla truculenza poliziesca e, da un’altra, agisce come denunciatore diquesta stessa violenza?
BM – Io non credo che Tropa de Elite sia un film di banditi e gente cattiva. Chi è l’eroe nel film? Come un tipo che tortura senza pietà, uccide senza misericordia e maltratta bambini può essere un eroe? Qualcuno può essere considerato un eroe per questo? Credo sia una follia.

CI – Perché credi ci sia stato tutto questo impatto?
BM – Ancor prima di qualsiasi polemica, il progetto è sempre stato speciale per me. Anzi, è un grande progetto. Ma credo che l’impatto del film si deva alla maniera come il tema è stato affrontato dai suoi realizzatori, come José Padilha [regista], per esempio. Anche se non avessi fatto parte del film, Tropa de Eliteavrebbe fatto scalpore. E sono stati loro che hanno cominciato il progetto. Battiamogli le mani!

CI – Come analizzi il comportamento del Bope nel mezzo di questa polemica?
BM – Non ho molto da dire. Il film espone una struttura violenta,sia per la corruzione, sia per la violenza fisica. È naturale chela polizia sia infastidita dal film.

CI –
Quindi pensi che il film abbia un carattere denunciatore?
BM – Chissà, aiuterà a cambiare qualcosa? Forse aiuterà a discutereil problema. Ma risolverlo, no di sicuro.

CI – In cosa credi che Tropa de Elite sia diverso dagli altri tuoi lavori?
BM – Non ci sono divergenze. Ci sono differenze. Tutti sono diversi. Ed è proprio questo che mi piace. Non ho voluto collaborare alla fiction e nemmeno al film Cidade dos Homens perché ho capito che avrei raccontato differenti versioni di una storia che avevogià raccontato. Non è invece ilcaso di nessuna sceneggiatura scritta dopo Cidade de Deus.

CI – Ma quali sono le tue aspettative per la prima del film?
BM – Spero che il film abbia successo, ma non si può mai sapere. Non esiste una formula di successo. Io sono molto orgoglioso di aver lavorato in Tropa de Elite. Sono stato molto felice di aver lavorato insieme a José Padilha. Vogliamo fare altri film insieme.

CI – Oggi l’internet svolge un ruolo cruciale nella questione della pirateria. Cosa pensi possa essere fatto perché sia risolta?
BM – Mancano meccanismi e strumenti di riscossione. La pirateria causa danni economici che non attingono gli sceneggiatori.

CI – Quindi per te questo è indifferente?
BM – In generale, mi preoccuperò della pirateria soltanto quando gli sceneggiatori cominceranno a guadagnare per i diritti d’autore da chi proietta i film. Per legge, avremmo questo diritto. Quando questo verrà rispettato, allora comincerò a preoccuparmene.

CI – Cosí come Tropa de Elite, anche Cidade de Deus è un film che affronta la violenza tra poliziotti e narcotrafficanti. Per coincidenza, anch’esso è piaciuto alle masse. Avresti una spiegazione per questo?
BM – Cidade de Deus è stato proiettato fuori concorso al Festival di Cannes. Da un momento all’altro è diventato il film più commentato del festival. Le 12 interviste che Fernando aveva fissato si sono trasformate in più di 100. Lí ho capito che potevamo avere successo. Ma in quel momento non ho neanche immaginato che avremmo potuto avere un successo così grande. È stata una grande esperienza. Ho scritto quello che volevo e come volevo. E ha funzionato. È un privilegio. È stato cosí positivo che se non farò mai più un film bello come questo non mi importerà. È valso per tutta la vita.

CI – Hai già pensato di fare un lavoro rivolto in modo specifico alla saga italiana in Brasile o una qualsiasi opera di questo genere? O per te il tema è già diventato un luogo comune?
BM – Il tema è già stato affrontato prima, ma ciò non significa che sia esaurito. È sempre possibile trovare buone storie. Secondo me, dipende tutto dalla storia. Se un giorno troverò una buona storia di italiani in Brasile, forse potrò scriverne la sceneggiatura.

CI – Qual è il tuo regista preferito?
BM – Sono fan di Antonioni. Blow up e Professione: reporter sono i miei due film preferiti. È difficile spiegarlo senza ricadere in luoghi comuni. L’uomo era semplicemente geniale. Non conosco bene il cinema italiano contemporaneo. È una mia pecca.

CI – C’è chi dice che il grande cinema italiano non esiste più e non è neanche visto nei festival mondiali. Cosa ne pensi?
BM – Purtroppo non seguo molto la cinematografia di nessun paese al di fuori del Brasile. Non è per campanilismo, ma proprio per mancanza di tempo.

CI – Ti sei sempre dedicato a programmi educativi. Quando hai cominciato a coinvolgerti con sceneggiature per il cinema?
BM – In realtà ho lavorato dieci anni nel cinema prima di fare programmi educativi. Negli anni ‘80, ho lavorato a documentari, ho scritto mediometraggi e ho dato inizio a progetti per lungometraggi che non sono mai andati avanti. Il problema è che il mercato per gli sceneggiatori di cinema è ancora molto incipiente in Brasile. È stato lavorando a serie educative per la TV che ho conosciuto Fernando Meirelles. E lui mi ha invitato a scrivere Cidade de Deus. E, allo stesso tempo, il mercato per gli sceneggiatori ha cominciato ad esistere. È stata una felice coincidenza.

CI – Da dove viene l’ispirazione per scrivere per il cinema?
BM – Io vivo di questo, quindi un buon cachet ispira sempre. Dal punto di vista creativo, ciò da cui traggo ispirazione è la difficoltà. Storie difficili da raccontare mi affascinano.

CI –
È vero che mancano sceneggiatori in Brasile e che questo portaad un accumulo di lavori? Qual è il motivo di questa scarsezza?
BM – Il fatto è che le persone contrattano sceneggiatori che hanno molta paura di rischiare. Fernando Meirelles ha corso un tremendo rischio quando mi ha chiamato. Ma pochi sono come lui. Le persone vogliono la garanziadi che la sceneggiatura verrà bene e tendono a chiamare sempre le stesse persone. È questo che produce l’accumulo di lavoro nelle mani di pochi. Bisognadare opportunità ai ragazzi che stanno cominciando.

CI – E quale lavoro ti ha reso più orgoglioso?
BM – Cidade de Deus. Ha rotto tutte le barriere ed ha generato un impatto nel cinema di tuttoil mondo.

CI – Sei discendente da italiani da parte del nonno paterno, non è vero? Il tuo cognome Mantovaniè una variante del nome originale ereditato da lui?
BM – Non ho conosciuto il mio nonno paterno. Si chiamava Gaetano Mantoan. Ma è vero, il cognome è stato alterato dall’immigrazione in Brasile. È morto prima che nascessi.

CI – E sei già andato in Italia a vedere la famiglia?
BM – Ci sono stato quattro volte! L’adoro! Specialmente Roma e Venezia dove, tra l’altro, mia nonna materna Olga Folgarolli ha vissuto fino ai sette anni, prima di venire in Brasile. È deceduta quando avevo sei anni, ma me la ricordo molto bene, eravamo molto vicini. Nessun altro nipote le si poteva avvicinarequando c’ero io vicino. Io sono il più grande. Chi si azzardavaad abbracciare mia nonna,ce le prendeva! E, naturalmente, la pasta è ancora una delletradizioni mantenute dalla miafamiglia.

CI – Recentemente, l’Italia ha perso uno dei suoi tenori più popolari, Luciano Pavarotti. Cosa apprezzi di più della musica italiana?
BM – Non sono mai stato fan di Pavarotti. Ma adoro Morricone. Conosco poco l’opera. Mi piaceVerdi, ma Wagner mi impressionadi più.

CI – Il popolo italiano ha una sensibilità e una grande rappresentatività nel mondo delle arti. Pensi di aver ereditato un qualcosa in questo senso?
BM – Non lo so, ma quando sono andato in Italia la prima volta  i sono sentito a casa. Di solito mi perdo sempre. Mi perdo a San Paolo, dove sono nato e ho passato quasi tutta la mia vita. Invece a Roma e Venezia non mi perdo. Anche senza cartina. Credo di aver ereditato dall’Italia il gusto per i sentieri labirintici. Forse questo spiega la mia sceneggiaturadi Cidade de Deus.

CI – Hai già ottenuto la cittadinanza?
BM – Non ce l’ho. Potrei averla, ma ho sempre voluto essere brasiliano. Ora che ho un figlio, sto pensandodi chiedere la cittadinanza.